Le adunate di Genova
 
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COS'E' L'ADUNATA DEGLI ALPINI ?
 

La prima Adunata Nazionale Ortigara 1920

 


 

IL SEGRETO DEGLI ALPINI

Di Giulio Bedeschi

 

Una volta ogni anno, in primavera, viene un giorno di gran trambusto nelle case degli alpini arroccate sui greppi o sparse nelle valli, allineate nei paesi, disseminate nelle città: dovunque esse siano c'è trambusto grosso, perché l'alpino parte per l'Adunata.
Le donne hanno il loro da fare, e lava la camicia e stira un po' quei pantaloni, rinforza i bottoni della giacca se no mi saltano; e dover fare tutto di corsa, sotto gli occhi e il pungolo di quel benedetto uomo che si mette a fare il difficile e trova da ridire perfino sul modo di tagliare il pane e salame che mangerà stanotte in treno.
E partono così, col cartoccio in tasca e il cappello in testa, giovani che hanno finito il servizio di leva l'anno scorso, vecchiotti che hanno lasciato le trincee del Pasubio e del Grappa cinquant'anni fa, uomini che hanno fatto la naia in Albania, in Africa, in Jugoslavia o sul Don se è andata bene, o addirittura in Siberia o in India, anni su anni, se è andata male; ma tutti alpini e artiglieri alpini, che adesso a due o tre per volta o in gruppetti salgono sulle corriere di provincia e sui treni, imprecando perché ogni anno il biglietto aumenta di prezzo, come campo adesso per due giorni e tre notti con le millecentoquaranta che mi restano nel portamonete? Perché sì, per lo più sono povera o¬nesta gente che ha la famiglia sulle braccia, anche le cento lire contano e come, e per andare all'Adunata l'alpino le risparmia tutto l'anno settimana per settimana a cinquanta e cento per volta. Perché, più che ottenere lo sconto sui biglietti ferroviari, l'Associazione Alpini non può fare.
Lo sappiamo che fra qualche giorno certi giornali, per spiegare lo strano fatto che a questi chiari di luna centomila alpini siano sfilati per le vie di Trieste, scriveranno che lo Stato ha messo a disposizione somme enormi (l'anno scorso abbiamo letto cinque miliardi!); ma la verità è una sola e l'abbiamo detta, e aggiungeremo che riguarda gli alpini più ricchi , perché altri centomila devono starsene a casa a rodersi il fegato perché non hanno i soldi che bastano, o perché non possono concedersi il lusso di lasciare il lavoro dei campi. Povera gente, vogliamo dire in conclusione, o¬nesta gente che fatica e suda ogni giorno per guadagnarsi il pane, gente che nessuno manovra o sospinge; italiani come infiniti altri, con la differenza che ogni anno fanno il loro bel sacrificio per ritrovarsi, magari riducendosi a pane e formaggio e stando in piedi per due o tre notti in fila, ché un letto in albergo costa troppo.
E perché? E chi glielo fa fare? È la domanda che sentiamo ripetere da più parti, ogni anno; ce la rivolgono uomini delusi, resi scettici dalle deprimenti vicende di vita; la leggiamo addirittura durante la sfilata negli occhi di molti giovani, giovani piante immobili nella viva siepe di italiani che fanno ressa al nostro passaggio, siepe squassata da un vento che non si sente, ma che soffia diritto sui cuori; giovani che ci osservano con uno sguardo disincantato che filtra una sua luce un tantino ironica, come se essi fossero al di sopra e al di fuori del bene e del male, e della vita potessero già tirare le somme definitive, e giudicare il prossimo con un loro gelido e staccato compatimento, fermi e alti su un loro gradino, statue che vorrebbero giudicare gli uomini vivi che camminano sulla strada, ben giù da quel piedistallo.
Tuttavia, gli alpini duri a ritrovarsi ogni anno, formicolanti per tutta Italia fino a raggiungere una città, e là riunirsi e camminare insieme per un poco. Poi via, arrivederci l'anno venturo.
Ma chi glielo fa fare?Nessuno, è evidente; nessuno potrebbe dare un tale ordine. Ma un qualcosa sì, glielo fa fare, è altrettanto evidente. Non è certo il gusto di sfilare in parata, nessuno è tanto lontano come loro da questi ghiribizzi; non è il gusto degli applausi, figuriamoci, nessuno è più schivo e semplice di loro; non è il richiamo di una gran sagra, il giuoco non varrebbe la candela.
Cosa li muove, cosa li spinge, allora? Ecco, questo è il segreto degli alpini, un semplicissimo segreto che chiunque potrebbe intendere in un attimo, se venisse dalla via degli alpini. È facile. Basta immaginare una creatura umana che è giunta a notte dopo una pesante giornata, e le palpebre si chiudono da sole, e c'è un po' di paglia per terra in una tana fredda sì, ma non tanto come fuori nella trincea; darebbe chissà che cosa per buttarsi giù a dormire un poco. Ma oltre la trincea ci sono duecento metri di terra di nessuno e al di là stanno quegli altri, pronti ad approfittare del buio e a venirti a fare la sorpresa in pattuglia, una bella sventagliata nel sonno e chi s'è visto s'è visto.
Dormire, poter dormire un'ora in pace. Ma c'è vicino Tonio, Tonio che si è già infilato il cappotto e allarga il buco del passamontagna perché la barba gli piace tenerla fuori, e già brontola per il freddo che prenderà perché comincia il suo turno di guardia alla mitragliatrice. L'altra creatura lo vede infatti uscire dalla tana, e allora si sdraia sulla paglia e pensa: vieni sonno, adesso puoi venire perché fuori ci pensa Tonio; e non sa che Tonio ha fatto lo stesso pensiero per lui, due ore prima. E tanto meno riflette sul buffo fatto che i lunghi chilometri di trincee, nel buio e nel silenzio della notte, prima ancora di essere linee tenute da soldati in armi, costituiscono il punto di contatto di tanti esseri umani che si cercano l'un l'altro, e s'appoggiano a vicenda per difendersi dalla guerra che uccide, e si misurano giorno per giorno nella loro forza, nelle loro azioni, e ne traggono stima, e coraggio, e fiducia per la disperata vita.
Talché basta notare che Tonio oggi non fuma in quel tal suo modo rabbioso che gli riduce subito a cicca la sigaretta, per sentire che oggi si può stare tranquilli senza sorprese. E se c'è pericolo, quel suo breve sorriso che si fa strada fra la barba nera è rassicurante perché è d'uomo saldo e forte, collaudato alla prova cento volte; fa pensare alla protezione del padre lontano, trasmette nel sangue un qualcosa della sicurezza e del calore di casa; perché si sa che la strada d'ogni uomo, per corta o lunga che sia, parte sempre dal focolare di casa, e più lontani e sperduti si è, più il tepore di quel fuoco riscalda e tiene in vita finché ci si ritorna. Se possibile.
Si forma così, fra gli uomini in guerra, una solidarietà senza mezze misure, di gente che si riconosce fino in fondo; e quando battono sulle linee le ore estreme, o i lividi minuti di sempre, in ogni caso c'è sempre qualcosa da poter dare se ce l'hai, ed è sempre per gli altri e mai per te; per te, proprio tuoi, ci sono soltanto i pidocchi e quella tua coscienza che non ti senti addosso, ma che i compagni ti vedono affiorare sempre più chiara giorno per giorno, da ogni tua azione, così da diventare un connotato come le tue labbra e i tuoi occhi, e tu quello sei e quello resti anche dopo venti o cinquant'anni. E quello verranno ancora a cercare i tuoi compagni all'Adunata: un uomo a cui stendere la mano con tutta l'effusione dell'animo, un fratello da abbracciare perché la fraternità è una tale realtà che, quando nasce dal patimento condiviso insieme al pane in mezzo al sangue, non sa morire più.
Ecco cosa glielo fa fare. Ecco il semplice, elementare segreto degli alpini: un sacro patto umano.
Sono legati uno per uno, è un'intesa profonda che passa da uomo a uomo sul filo della penna nera. Un patto umano che ha legato una volta e lega per sempre, fra gente che si è misurata nel profondo e se si guarda negli occhi si legge nel cuore. Non è cosa da poco, a questo mondo. Ecco il senso, il gusto dell'Adunata, vale la pena di accorrere, di ritrovarsi. È un gigantesco atto d'amore collettivo, alla buona s'intende, senza complicazioni, da alpini insomma. Ma non giudicateli dall'apparenza, allegri e burloni come sono; quelli camminano in centomila, ma potete moltiplicarli a volontà, non finiscono più perché si portan dietro i loro morti, dispongono perfino di un loro paradiso, il paradiso di Cantore.
E i battaglioni, i gruppi, le compagnie, le batterie sono densi di vivi e di morti allineati insieme, tutti presenti, è una tradizione che non molla, che fa pensare. I morti si sono sacrificati per i vivi, non è una frase, è una realtà che va a ritroso negli anni, che si inarca intatta verso l'avvenire. È un esercito che non si distrugge, alle anime non si spara. E anime prima di tutto hanno i reparti, anime hanno le divisioni, le brigate, i reggimenti, i battaglioni, somma di anime moltiplicata nel tempo, nei luoghi, dovunque alpini hanno sanguinato popolando di spiriti i monti, il deserto, la steppa, il profondo del mare.
Hanno popolato anche la storia, perfino la leggenda con la realtà del loro patto umano.


Il segreto degli Alpini
Raccolta di scritti e inediti
di Giulio Bedeschi
Mursia editore, Milano
In tutte le librerie.

 

 
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