Per anni si è parlato e scritto soltanto della battaglia di Nikolajewka, dove i reparti della Tridentina, seppur stremati da dieci giorni di marcia e logorati da molti combattimenti, riuscirono ad aprire la strada alle truppe in ritirata per uscire dall’accerchiamento russo, mentre è stata del tutto ignorata, anche nei documenti ufficiali, quella di Nowo Postojalowka, ben più rilevante per le forze militari in campo e per il numero di caduti dove i Battaglioni della Cuneense furono distrutti nello scontro con le truppe corazzate russe.
Nel drammatico combattimento del 20 gennaio 1943 a Nowo Postojalowka, si manifestò la situazione di totale inadeguatezza del nostro esercito per quella guerra e dove persero la vita migliaia di alpini dei nostri paesi, arruolati nella Cuneense. Quello della Cuneense fu il più alto tributo di sangue pagato da una divisione dell’esercito italiano durante la Seconda Guerra mondiale. 12.575 penne nere cadute e disperse. Duecento le tradotte partite, diciassette quelle rientrate.
Dopo tre interminabili giornate, nel corso delle quali uomini, animali e mezzi furono impegnati fino allo spasimo per cercare di sfuggire alla terribile tenaglia dell’Armata rossa che si stava chiudendo attorno al Corpo d’Armata alpino, il 20 gennaio 1943 fu il giorno più lungo del ripiegamento della divisione alpina “Cuneense” e costituì una della pagine più gloriose che le penne nere abbiano mai scritto durante la loro lunga storia: la battaglia di Nowo Postolajowka, durata circa trenta ore, di cui inspiegabilmente si è sempre parlato poco, anche se fu l’unica, importante battaglia combattuta sul fronte orientale esclusivamente da truppe italiane, senza il concorso, seppur minimo, di reparti o mezzi corazzati alleati, combattimento che vide impegnati alcuni reparti della “Julia” e l’intera “Cuneense”.
Tra coloro che in quei terribile giorni arrivarono all’estremo sacrificio compiendo indimenticabili atti di eroismo, anche Rivarolo volle dare il suo tributo. Sivio Sibona, Capitano di complemento nel Gruppo Mondovì del 4° Reggimento Artiglieria Alpina nato il 22 settembre 1911 a Rivarolo Ligure caduto il 20 gennaio 1943 a Nowo Postojalowka. al quale è intitolato il nostro Gruppo.
Studente universitario nella facoltà di ingegneria a Genova, fu ammesso nel luglio 1932 alla Scuola Allievi Ufficiali di Bassano del Grappa e nel novembre successivo ottenne la nomina a sottotenente. Assegnato al 4° Reggimento Artiglieria da Montagna venne congedato nell’ottobre 1934. Richiamato nel giugno 1940 al 2° Reggimento Artiglieria Alpina, partecipò alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera alpina occidentale. Trasferito sul fronte greco-albanese prese parte, dal marzo 1941, alle operazioni di guerra in quello scacchiere. Destinato nuovamente al 4° Reggimento Artiglieria Alpina e promosso capitano, nell’agosto 1942 partì per il fronte russo come vicecomandante della 10a Batteria del Gruppo Mondovì e a fine anno fu destinato al comando dell’11a Batteria.


Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare:


“Comandante di batteria alpina, durante un accanito e violento combattimento svoltosi in un momento particolarmente difficile di un’azione di ripiegamento, benché ferito, continuava a dirigere il tiro dei suoi pezzi su soverchianti mezzi corazzati avversari ed a prodigarsi per tenere alto lo spirito di resistenza dei suoi artiglieri. Avuti inutilizzati i pezzi dal fuoco di controbatteria e da schiacciamento di mezzi corazzati, incurante del dolore conseguente alle ferite, riuniva i superstiti della batteria ed alla testa di essi si lanciava arditamente all’attacco di preponderanti forze con moschetti e bombe a mano. Conscio della criticissima situazione, preoccupato soltanto di fronteggiarla e della sorte del proprio reparto, rinnovava audaci contrassalti finché nel tentativo di immobilizzare un carro armato con bombe a mano, cadeva da prode travolto dal mezzo avversario. Fulgido esempio di sprezzo del pericolo e di dedizione al dovere. Nowo Postojalowka (Fronte russo), 20 gennaio 1943”


Per questo motivo il nostro Gruppo ricorda tutti gli anni, portando una corona d’alloro presso la targa viaria a lui intitolata, il suo estremo sacrificio per il quale è nostro dovere onorarlo.


 


 

 
 
 
 
 

« Da quei carri si levava l’urlo implorante “vadà! Vadà!” (acqua! Acqua!). Io so che cosa accadde sulla tradotta ove mi trovavo, che fece scalo alla città di Vladimir. Lungo il tragitto, durato circa quindici giorni, le scorte aprivano i vagoni solo per scaricare i morti: li buttavano giù sul marciapiede ghiacciato. Il rumore dei loro crani che battevano a terra è un altro incubo per la mia memoria. Allo scalo di Vladimir scaricarono circa cinquecento cadaveri che vennero sepolti in una fossa comune che ora è diventata un parco pubblico»

(Gen. Martini, prigioniero del campo Suzdal)

 
 

 
 
 
 
 
 

Ultimo aggiornamento: 18 gennaio 2019

 
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