Vi sono anniversari che vivi felicemente e altri, ed oggi parliamo di uno di essi, che ti riporta alla realtà e che insinua dentro di te tanta tristezza.
Il 13 dicembre 2016 alle ore 15,00 a molti chilometri di distanza da noi, presso l’ospedale dell’Aquila, ci lasciava per “andare avanti” il nostro caro “Peo”: Pietro Garneri.
Socio del gruppo dal 1966, ha coperto l’incarico di segretario per molti anni e per ben 12 quello di indimenticabile Capo Gruppo.
Persona buona e cordiale, proprio per le sue doti era conosciuto nell’ambiente alpino ligure quale buon amico. Sempre disponibile ad aiutare chi aveva bisogno e ad elargire buone parole e buoni consigli a chiunque ne avesse bisogno.
Tutti noi, quelli che lui scherzosamente chiamava: “i miei ragazzi” da quel giorno si sentono orfani, orfani per la mancanza di un vero amico, di un fratello maggiore che ci ha tenuti per mano per percorre così un pezzo di strada assieme, certamente un pezzo della nostra vita nella quale abbiamo avuto la fortuna di averlo al nostro fianco.
Si Peo, ci hai fatto un brutto scherzo, ma siamo sicuri che l’hai fatto per poter essere sulla porta del Paradiso di Cantore a darci il benvenuto quando toccherà a noi incamminarci sull’ultimo sentiero. Ciao Peo, ci rivedremo un dì

 


Domani, 14 dicembre, si svolgeranno i funerali di Dria.
Chi era Dria? Era un amico, uno sfortunato amico con il quale la vita non è stata magnanima ma che ha saputo reagire con la sua bontà la sua ingenuità e la sua generosità. Un eterno bambino che ci ha accompagnato per molti anni con la sua presenza e la sua inconfondibile risata che, siamo certi, ci mancherà molto.
Ciao Dria, il tuo difficile cammino è terminato e forse troverai quella pace, quella serenità che non hai mai conosciuto.
Che la terra ti sia lieve caro amico.

 
 
 
 

« Da quei carri si levava l’urlo implorante “vadà! Vadà!” (acqua! Acqua!). Io so che cosa accadde sulla tradotta ove mi trovavo, che fece scalo alla città di Vladimir. Lungo il tragitto, durato circa quindici giorni, le scorte aprivano i vagoni solo per scaricare i morti: li buttavano giù sul marciapiede ghiacciato. Il rumore dei loro crani che battevano a terra è un altro incubo per la mia memoria. Allo scalo di Vladimir scaricarono circa cinquecento cadaveri che vennero sepolti in una fossa comune che ora è diventata un parco pubblico»

(Gen. Martini, prigioniero del campo Suzdal)

 
 

 
 
 
 
 
 

Ultimo aggiornamento: 13 dicembre 2018

 
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