Per anni si è parlato e scritto soltanto della battaglia di Nikolajewka, dove i reparti della Tridentina, seppur stremati da dieci giorni di marcia e logorati da molti combattimenti, riuscirono ad aprire la strada alle truppe in ritirata per uscire dall’accerchiamento russo, mentre è stata del tutto ignorata, anche nei documenti ufficiali, quella di Nowo Postojalowka, ben più rilevante per le forze militari in campo e per il numero di caduti dove i Battaglioni della Cuneense furono distrutti nello scontro con le truppe corazzate russe.
Nel drammatico combattimento del 20 gennaio 1943 a Nowo Postojalowka, si manifestò la situazione di totale inadeguatezza del nostro esercito per quella guerra e dove persero la vita migliaia di alpini dei nostri paesi, arruolati nella Cuneense. Quello della Cuneense fu il più alto tributo di sangue pagato da una divisione dell’esercito italiano durante la Seconda Guerra mondiale. 12.575 penne nere cadute e disperse. Duecento le tradotte partite, diciassette quelle rientrate.
Dopo tre interminabili giornate, nel corso delle quali uomini, animali e mezzi furono impegnati fino allo spasimo per cercare di sfuggire alla terribile tenaglia dell’Armata rossa che si stava chiudendo attorno al Corpo d’Armata alpino, il 20 gennaio 1943 fu il giorno più lungo del ripiegamento della divisione alpina “Cuneense” e costituì una della pagine più gloriose che le penne nere abbiano mai scritto durante la loro lunga storia: la battaglia di Nowo Postolajowka, durata circa trenta ore, di cui inspiegabilmente si è sempre parlato poco, anche se fu l’unica, importante battaglia combattuta sul fronte orientale esclusivamente da truppe italiane, senza il concorso, seppur minimo, di reparti o mezzi corazzati alleati, combattimento che vide impegnati alcuni reparti della “Julia” e l’intera “Cuneense”.


 


 

 
 
 
 
 

« Da quei carri si levava l’urlo implorante “vadà! Vadà!” (acqua! Acqua!). Io so che cosa accadde sulla tradotta ove mi trovavo, che fece scalo alla città di Vladimir. Lungo il tragitto, durato circa quindici giorni, le scorte aprivano i vagoni solo per scaricare i morti: li buttavano giù sul marciapiede ghiacciato. Il rumore dei loro crani che battevano a terra è un altro incubo per la mia memoria. Allo scalo di Vladimir scaricarono circa cinquecento cadaveri che vennero sepolti in una fossa comune che ora è diventata un parco pubblico»

(Gen. Martini, prigioniero del campo Suzdal)

 
 

 
 
 
 
 
 

Ultimo aggiornamento: 21 gennaio 2019

 
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